La rabbia
Noi tutti possiamo immaginare facilmente l’aspetto di una persona in collera: viso arrossato, mandibola contratta, pugni stretti e voce alterata. Tuttavia, chi sa usare bene la rabbia ha un comportamento molto meno appariscente, perché è l’emozione che serve a chi tira al bersaglio.
Forse è per questo che esiste il detto “can che abbaia non morde” o che è risaputo che è meglio aver più timore di chi è teso ma silenzioso che di colui che sbraita e si agita, perché mentre il primo sta prendendo la mira, il secondo fa scena, magari per mascherare la propria impotenza.
Nella rabbia il corpo viene caricato come una molla, pronto a colpire con quelle parti che per natura sono più adatte ad offendere, che siano denti, artigli o una pistola.
Questa può sembrare una battuta ma in realtà descrive bene il vantaggio di poter colpire un bersaglio a distanza evitando il corpo a corpo; un vantaggio garantito a chi, come la nostra specie, dispone di estremità libere di lanciare oggetti come pietre, boomerang, bastoni acuminati, vasellame o ciabatte.
Se osservate i movimenti di un lanciatore di giavellotto, noterete che la forza del lancio sta tutta nei movimenti di torsione del tronco, un’azione compiuta da muscoli che avvolgono il corpo a spirale, arti compresi, proprio come fossero delle molle. In particolare, torace e spalle sono i segmenti del corpo più liberi di ruotare e di assecondare l’azione della rabbia. Lo stesso movimento di torsione del busto ci obbliga ad alzare l’inspirazione nel torace, facendoci fare più sforzo.
La rabbia scompare una volta colto il bersaglio, un fenomeno che dovrebbe far riflettere gli incavolati cronici di cui è piena la società in cui viviamo.
Giulio Sartori
Condividi questo articolo
Ultimi approfondimenti
Ottobre 31, 2026
Ottobre 31, 2026
Ottobre 31, 2026

